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L’esperienza di Bianca


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5 luglio 2010

Finalmente trovo il tempo per scrivere come è andata.. gli ultimi tre mesi di gravidanza ed i primi tre di Bianca infatti sono stati “funestati” da una scadenza datami dalle Eccellenze dei miei (ormai ex) datori di lavoro, che hanno preteso che concludessi in sei mesi un lavoro di 11 anni dandomi, tanto per gradire, il benservito, senza curarsi che fossi incinta e che avessi già un bambino e senza pagarmi la maternità. Per cui, da disoccupata, eccomi qui a rituffarmi nell’atmosfera magica di quei giorni…

In realtà la gravidanza era cominciata malissimo. Io non mi sentivo pronta, non era stata “programmata”, sentivo di avere ancora un po’ di strada da fare. Ma una mattina di giugno la scintilla è scoccata, grazie ad un adolescenziale svarione del marito che da tempo provava a propormi un secondo bimbo.
I primi mesi sono stati molto brutti, complici il senso di colpa verso Andrea, il caldo e disturbi molto fastidiosi. Ogni notte mi svegliavo e svegliavo Giovanni in preda ad incubi di cesarei, bambini morti, io morta, Andrea morto, il gatto morto e cose simili… oggi sorrido, ma all’epoca ero davvero terrorizzata. In Abruzzo non esiste il vbac, esiste solo il tc ripetuto, tranne che per poche fortunate clienti di un ginecologo pescarese. Io non ero tra quelle, ovviamente, e non avevo i soldi per permettermelo né per espatriare.

A settembre inizio il giro delle ostetriche, cominciando da quelle vicino casa. Era mia ferma intenzione partorire a casa mia. Mio marito mi ha sempre appoggiata e aiutata.
Non voglio fare nomi né polemizzare. Ho vissuto un’odissea per trovare qualcuno che mi assistesse per una serie di motivi: il posto in cui vivo (lontano da tutti e terremotato pure), il mio precedente cesareo, la mia situazione psicologica (incazzata), la mia fermezza irremovibile su alcune cose, come il non voler andare in ospedale.
La suocera di mia zia, ostetrica in pensione, usciva ed entrava dall’ospedale per un tumore.
Un’ostetrica friulana trapiantata in un paesello vicino al mio mi dà la prima risposta negativa.
Le ostetriche marchigiane non mi sono piaciute.
Quelle romane mi hanno portata a spasso per un po’ per poi propormi l’aut-aut: o traslochi a Roma e si va al Cristo Re, oppure nulla. Una di queste, pure abbastanza famosa, mi ha persino presa in giro quando ho detto no alle sue proposte, dicendomi “perché non vuoi andare in ospedale? hai paura dei medici? e se un domani venissi stuprata cosa farai, non avrai più rapporti sessuali”? che detto ad una donna incinta precesarizzata è tragico, detto ad una donna normale è volgare, e comunque è stupido. Non commento oltre.

Finalmente, il 4 gennaio, incontro Vanda Covre.
Con lei inizio il percorso che mi porterà alla rinascita. Ogni settimana ci mettevamo in macchina per andare nel suo centro (oggi casa del parto) per trascorrere tre-quattro ore immersi nell’unico ambiente dove ci sentivamo al sicuro e capiti. Vanda non ha mai fatto pressioni per nulla, mi ha sempre accolta e compresa. Ho conosciuto donne che avevano partorito naturalmente, a casa, dopo uno o due cesarei; ho tirato fuori tutte le mie paure, pianto, imparato gli esercizi, meditato, mi sono beccata rimproveri, ho ascoltato altre donne incinte, ho parlato.. insomma, solo a Caserta, a due ore di macchina da casa mia, potevo vivere la mia gravidanza e rifiorire, superare le mie paure ed i miei mille disturbi psicosomatici: la candida, che teneva lontane dal mio corpo mani e strumenti non graditi, il reflusso, scomparso quando ho preso la decisione di restare a casa mia e partorire da sola.
Vanda non si sentiva di venire in Abruzzo per una serie di motivi, tra cui una forte nevicata a febbraio e perplessità riguardo la strada da fare per l’assistenza post parto. Ma, al contrario delle ostetriche romane, non mi ha posto condizioni: mi ha però invitata a partorire nella sede dell’associazione, una casa a tutti gli effetti, che ora è casa del parto.
Dopo averci pensato, tuttavia, ho deciso di declinare l’invito e, di comune accordo con Giovanni, di restare a casa e partorire da sola. Vanda mi ha appoggiata e si è detta disponibile a seguirci anche a distanza. Sentivo di farcela, e appena ho tirato fuori questa cosa, la strada per me si è rivelata ancora più in discesa.

Durante la gravidanza non ho fatto controlli, mai fatte visite vaginali. Non ho fatto neanche il test di gravidanza, solo due analisi del sangue ed un’ecografia, a 37 settimane, più che altro per coinvolgere Andrea nell’evento facendogli vedere che nel pancione di mamma c’era qualcosa. Non ho mai saputo se aspettavo un maschio o una femmina, non ho mai voluto scrutare troppo nel mio ventre, preferivo ascoltarmi.

Ero serena, sentivo di aver preso la decisione giusta.

L’ultimo mese è trascorso tra il lavoro, gli abbracci ad Andrea ed i preparativi per il parto. Ho studiato tutto nei minimi particolari. Ho letto libri e libri sul parto, anche testi medici e scientifici, ed ho preparato una tabella per Giovanni con il “decalogo”: una serie di cose da fare durante il parto e le indicazioni in caso di pericolo, come riconoscere la rottura d’utero, il prolasso del cordone, l’emorragia. In questi casi estremi, saremmo corsi in ospedale a Sulmona, a 10 minuti da casa.
Non abbiamo detto a nessuno, se non a pochi intimi, che avremmo fatto nascere il bambino in casa. Le amiche del centro di Maternità di Spoltore con cui ho collaborato di recente, sapevano e facevano il tifo per noi. Vanda teneva il telefono sempre acceso anche per noi.

Alla luna di metà marzo sento le prime contrazioni, bellissime. Mi faccio abbracciare da Giovanni e rimango in ascolto. Non abbiamo tentato nessun metodo per favorire il travaglio: il parto naturale dopo il cesareo è una questione delicata, il corpo deve essere rispettato nei suoi tempi, molto più lenti che nella norma, perché conserva la memoria del trauma subito e svolge il suo lavoro con molta più lentezza. Per questo, c’è bisogno di concentrazione assoluta e di totale fiducia nelle proprie capacità.

La mia “scadenza” sarebbe il 21 marzo, un anno dopo il mio incontro con Michel Odent e Clara Scropetta.. non ci bado, so che andrò oltre, e ne sono felice. Avrò più tempo per coccolare Andrea, finire il lavoro ed i preparativi, assecondare il mio corpo che si sta piano piano aprendo ed è ogni giorno più elastico e duttile. Faccio gli esercizi che tanto mi pesavano e che la Vanda mi faceva fare per forza. Non conto i giorni, ho fiducia in me e so che il bambino è al sicuro e sta bene.

Il 28 e 29 marzo ci sono le elezioni: Giovanni è candidato e io mi “trattengo”. Il 30 c’è la luna e perdo il tappo. Mi sembra un sogno. Nella notte ho le contrazioni, sembra essersi avviato tutto, ma in serata Andrea ha una strana crisi e Giovanni si arrabbia con lui, e tutto si blocca.

La notte tra giovedì 31 marzo e venerdì 1 aprile mi sento poco bene, come se avessi fatto indigestione. Come di consueto, lavoro fino alle 4 del mattino e vado a letto. Dormo un paio d’ore, poi mi sveglio con il mal di pancia e vado in bagno. Mi rimetto a dormire, ma mi svegliano le contrazioni. Rimango nel letto tutta la mattina, dormendo tra una contrazione e l’altra. Non sono dolorose e riesco anche a pranzare, per poi vomitare tutto nel tardo pomeriggio.

La notte tra venerdì 2 ed sabato 3 inizia la danza vera a propria. E’ Venerdì Santo, ci avviciniamo alla Pasqua, al Passaggio. Entro in uno stato di beatitudine mai provato. Mi muovo, penso, agisco guidata da uno spirito forte che viene dagli strati più profondi della mia anima. Giovanni danza con me e mi propone di riempire la vasca. Comincio ad entrare ed uscire dalla vasca, assecondo ogni contrazione piegandomi o ruotando in acqua. Adoro stare a casa mia, adoro quelle sensazioni, ripenso alla mia gatta e al suo travaglio, ripenso a mio padre, che se ne è andato otto anni prima in questa casa ora magica. Giovanni chiude tutte le finestre e le persiane: le abbiamo appena rifatte, a taglio termico ed isolanti, perfette per barricarsi in casa e travagliare. Chiedo di mettere su un disco di De André, La buona novella, e canto le prime cinque canzoni. Lo faccio mettere in continuazione.

Durante il giorno, il sabato, Andrea gira per casa e gioca come se nulla fosse. Io lo guardo, lo seguo, lo abbraccio e gli parlo tra una contrazione e l’altra. Lui, sempre molto attento al mio stato di salute, non sembra preoccupato: perfetto, allora va tutto bene, mi dico.

Verso le 22 comincio a fare davvero sul serio. Chiedo a Giovanni di mettere a letto Andrea, ho bisogno di buio e silenzio. Ho bisogno di concentrarmi sulle contrazioni e di spegnere le luci. Tutto è pronto.

E’ sabato sera, il Sabato Santo. Rivivo le veglie pasquali fatte con la mia famiglia in comunità neocatecumenale, quando si stava svegli tutta la notte e poi, la mattina dopo, si concludeva la veglia con una ricca agape, il pranzo della domenica mattina. So che vivrò la mia Pasqua, il mio passaggio, e so che dovrò passare attraverso tutte le mie paure per ritrovare la vera forza. So che devo attraversare il buio per tornare a vedere la luce.

La vasca, il disco di De André, le mani di Giovanni, i cuscini sul divano, le due candele accese in bagno. Gli spuntini, le lenzuola, le coperte, tutto è pronto. Tocca a me.

“Non ce la faccio più” dico a Giovanni. “Va bene”, mi risponde, “vado a riempire di nuovo la vasca”. Aveva riconosciuto il segnale, come ci aveva detto la Vanda, dell’inizio della fase espulsiva.

Entro in acqua. le candele, le mani di Giovanni, il canto sottovoce.

Ad un certo punto capisco che devo trovare la posizione. La vasca è troppo stretta, accidenti! Mi metto su un fianco. Ci siamo. Giovanni mi tiene la gamba sollevata, arriva una spinta fortissima, esce una cosa scura.. siamo nel panico. Dico a Giovanni di prendere il manuale della Balaskas, in fretta! temo il prolasso del cordone. Lui non trova niente e non riesce a vedere nulla in acqua. Io prendo coraggio e tasto se nel sacco c’è il cordone. E’ vuoto, ridiamo. Arriva la seconda spinta, esce la testa. Momenti eterni di silenzio assoluto. Mi sentivo sospesa sul ponte tibetano. La terza spinta, esce il corpo. Nuota in acqua e vedo la schiena, bianchissima. E’ fermo. Cosa fa? Nuota ancora un po’. Silenzio assoluto. Lo prendo.

Un viso bellissimo, un po’ corrucciato, gli occhi chiusi. Lo tiro fuori dall’acqua. Lo abbraccio. Gli pulisco il musetto. Respira, apre gli occhi, ci guarda arrabbiato.. dopo poco scoppia in un pianto che è un rimprovero: ho freddo!!! cosa state facendo lì impalati???

Ci guardiamo negli occhi. Guardo Giovanni, ci diciamo: “mai più, questo è il primo ed ultimo parto!”, ma dopo pochi minuti sappiamo entrambi che non è vero. E’ stata un’esperienza meravigliosa.

Tocco la vernice caseosa, che meraviglia! Ne spalmo un po’ sul viso. Guardo i piedini, le mani; prendo delicatamente il cordone e lo sposto…. E’ una femmina! Sarà una donna. Per la troppa felicità perdo la spinta per secondare.

Non ricordo cosa è successo dopo. So solo che ero stanchissima. Mi trascino sul divano, con il cordone attaccato, e mi addormento con la mia bambina sul petto. Giovanni si addormenta vicino a me.

Arriva il sole, si sveglia Andrea. Ha dormito tutta la notte e da solo per la prima volta in vita sua. Non si è mai svegliato, io non ho mai urlato, non ha sentito nulla, o almeno, nulla lo ha disturbato. Viene vicino a me, gli mostro la sorellina e gli dico: “eccola, è venuta dallo spazio per stare con te, è atterrata nella vasca da bagno”. Lui è felice. Ci riaddormentiamo tutti e quattro. Che meraviglia.

Tecnicamente, ho partorito a 42 settimane una bambina di 4,250 kg per 56 cm di lunghezza. Bianca è nata con il sacco integro, “con la camicia”, come si suol dire, come me. Nessuna lacerazione, solo una piccola contusione a causa della posizione laterale. Ho secondato 14 ore dopo il parto senza alcun problema: avevo bisogno di riposare e l’ho fatto, Vanda al telefono mi diceva di stare tranquilla, e lo ero, e dopo essermi riposata, aver allattato, dormito, mangiato, parlato con Andrea ho avuto forza e tempo per secondare. Nessun disturbo post parto, a parte le emorroidi. E’ stato un lotus birth. La placenta si è staccata in quarta giornata e l’abbiamo seppellita nel nostro giardino, sotto il pesco in fiore appena piantato per Bianca.
La placenta. La guardavo con curiosità ed ammirazione, la studiavo. Avrei voluto mangiarne un po’, ma Giovanni si è rifiutato di prepararmela.

Bianca è stata visitata, in casa, dalla neonatologa che ha visto nascere Andrea – e che lo ha salvato dall’incubatrice intimando al personale di portarmelo subito per allattarlo. Era ancora legata alla sua placenta. E’ stata solo pesata e misurata, su mia richiesta la dottoressa ha fatto la manovra di Ortolani (abbiamo diversi casi di displasia dell’anca in famiglia) e poi le ha sentito cuore e polmoni. L’ha trovata in perfetta salute e si è commossa ascoltando la nostra storia.

Io non ho avuto nessun fastidio né problema. Da quella notte sono una persona diversa. Nessuno mi ha visitata né mi visiterà mai. Nessuno ha toccato la mia bambina. Nessuno mi ha separata da lei e del mio bambino più grande. Nessuno ha disturbato il momento più sacro che abbia mai vissuto in vita mia. Siamo rinati tutti e quattro, tutti insieme; abbiamo vissuto la nostra Pasqua, e ci siamo riappropriati di quella felicità che ci avevano rubato tre anni fa con quel taglio sulla mia pancia.

Da quel giorno abbiamo deciso di mettere la nostra esperienza a disposizione di tutti, perché tutti sappiano quanto è bello e facile partorire naturalmente. Raccontiamo a tutti con serenità cosa è accaduto, molti sono ammirati ed entusiasti, alcuni corrugano la fronte e mi dicono: “ti è andata bene” (perlopiù sono donne che hanno partorito con episiotomie da almeno 15 punti e che raccontano di bambini miracolosamente usciti grazie alla bravura dei medici con tre giri di cordone o con il braccio sulla testa……).

Non abbiamo ancora tolto il nastro rosa dal cancello. Mia nonna è orgogliosa di me, mia madre ha pianto quando ha saputo. Io sono felice, mio marito è raggiante, i miei bambini meravigliosi.